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#BastaTacere

LA CAMPAGNA CHE DÀ VOCE
AI DIRITTI DELLE DONNE NEL PARTO

L’assistenza che una donna riceve al parto, un momento così importante, delicato e complesso, ha un ruolo cruciale nel futuro benessere della mamma, del bambino e di tutta la famiglia. Tuttavia un numero crescente di studi sulle esperienze delle donne durante la gravidanza, e in particolare durante il parto, dipinge un quadro allarmante: “In tutto il mondo molte donne durante il parto in ospedale fanno esperienza di trattamenti irrispettosi, negligenti o abusanti.” (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Il fenomeno dell’abuso e della mancanza di rispetto nel parto non è appannaggio esclusivo dei Paesi in via di sviluppo, come si potrebbe credere. Purtroppo riguarda anche l’Italia.

Un anno fa un gruppo di associazioni di madri, ha lanciato sui social media la campagna “#Bastatacere: le madri hanno voce” che ha fatto emergere, al livello pubblico, l’esistenza in Italia della violenza ostetrica durante l’assistenza al parto, tramite i racconti diretti delle esperienze vissute dalle donne.

In 15 giorni, dal 4 al 19 aprile 2016, la campagna #bastatacere ha raccolto 1.136 testimonianze in formato foto-cartello; la pagina Facebook ha ottenuto 21.621 like e ha coinvolto 700.000 utenti per un totale di oltre 70.000 interazioni al giorno e circa 70 articoli pubblicati su quotidiani e sul web. La pagina è tutt’ora consultabile al seguente link.

Al termine della campagna #bastatacere, durata solo 15 giorni, è stato istituito l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, quale iniziativa della società civile ad opera del gruppo di madri promotrici della campagna, con lo scopo di raccogliere i dati sulla violenza ostetrica tramite un questionario on-line che è stato compilato da circa 3.000 rispondenti in 12 mesi, di cui 1.000 nei primi due giorni. I risultati del questionario, che si è chiuso il 23 maggio 2017, saranno resi noti dall’Osservatorio.

Trattandosi di un campione nutrito ma auto-selezionato, come evidenziato da alcune istituzioni italiane, si rendeva necessario per le madri che avevano lanciato l’iniziativa della campagna, e nel rispetto di tutte le donne che vi avevano partecipato, approfondire la ricerca per produrre dati statisticamente significativi e accreditati, in modo da poter essere considerati validi ai fini del riconoscimento del problema da parte dell’opinione pubblica e delle istituzioni.

Per questo motivo Elena Skoko e l'Avv. Alessandra Battisti, co-fondatrici dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, insieme a Michela Cericco, presidente dell’associazione La Goccia Magica, e dr. Claudia Ravaldi, presidente di CiaoLapo ONLUS, hanno commissionato a Doxa l’indagine “Le donne e il parto” sul tema della violenza ostetrica con lo scopo di verificare, tramite strumenti analitici sofisticati e rappresentativi, l’opinione delle mamme italiane sull’assistenza ricevuta nel parto (https://ovoitalia.wordpress.com/indagine-doxa-ovoitalia/ ). L’Indagine Doxa ha l’obiettivo di verificare l’esistenza e l’entità di questa tipologia di abuso contro le donne, a livello nazionale, affinché la violenza ostetrica venga riconosciuta dalle utenti, dal Sistema Sanitario Nazionale e da tutte le istituzioni preposte.

Questo perché, ad oggi, lo Stato italiano non prevede una modalità istituzionale di riscontro da parte delle utenti sull’assistenza ricevuta nel parto e sul gradimento del servizio offerto dalle strutture pubbliche o private.

Oggi in Italia la violenza ostetrica non è riconosciuta, benché sia già stata codificata nelle legislazioni di altri paesi, come Venezuela, Argentina e Messico.

L’azione di advocacy che viene realizzata dalle committenti è volta a cercare, insieme alle istituzioni italiane, delle soluzioni appropriate, incluse strategie di formazione e sostegno degli operatori coinvolti, per prevenire ed eliminare l’abuso e la mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto, come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, affinché le donne possano vivere l’esperienza della nascita nel rispetto dei propri diritti e della propria dignità personale. Il coinvolgimento professionale e umano dei fornitori di assistenza in questo percorso è fondamentale per poter svolgere un servizio professionale, appropriato e rispettoso dei propri e altrui diritti.

SCENARIO: UMANIZZAZIONE DELLA NASCITA, UN TENTATIVO DURATO 40 ANNI 

La campagna #bastatacere, lanciata nei social nel 2016, fa da eco ad un’altra campagna dallo stesso nome “Basta tacere”, avvenuta nel 1972 e promossa dai collettivi femministi del Nord d’Italia, alla quale hanno risposto donne da tutti i territori del Paese, inviando le loro storie di abusi e maltrattamenti nell’assistenza alla maternità. L’opuscolo che le conteneva, stampato e ristampato a mano dalle promotrici in migliaia di copie, era stato mandato via posta a tutti gli angoli del territorio nazionale. Da quei momenti di grande consapevolezza, sia al livello nazionale che internazionale, è nato il movimento per l’umanizzazione della nascita. Il movimento per il “parto umanizzato” ha avuto risvolti legislativi nel paesi sudamericani come il Venezuela, l’Argentina e il Messico, definendo il fenomeno con il termine giuridico “violenza ostetrica”, uno degli aspetti della violenza di genere.

Dagli anni ’80 in Italia sono state promosse innumerevoli iniziative creando una rete di ricerca e formazione sul tema dell’appropriatezza delle cure indirizzati sia alle madri e padri sia agli operatori sanitari e medici. Se ne sono occupati le associazioni cittadine, l’Istituto Superiore di Sanità, il Parlamento, nonché il Ministero della Salute. Il termine “umanizzazione” ha fatto parte dei documenti parlamentari e delle politiche ministeriali. Nel 2010, con la Conferenza Stato-Regioni e il Piano per la riorganizzazione dei punti nascita, promossa dall’allora Ministro della Salute, Ferruccio Fazio, viene creata la policy sull’umanizzazione della nascita, in cima alla lista del decalogo, associata all’accountability e trasparenza dei servizi e alla promozione della fisiologia della nascita:

Carta dei Servizi per il percorso nascita

Le Aziende sanitarie in cui è attivo un punto nascita, devono sviluppare una Carta dei servizi specifica per il percorso nascita, in cui, in conformità ai principi di qualità, sicurezza e appropriatezza siano contenute indicazioni riguardanti le informazioni generali sulla operatività dei servizi contenenti i principali indicatori di esito, sulle modalità assistenziali dell’intero percorso nascita, sulle modalità per favorire l’umanizzazione del percorso nascita, sulla rete sanitaria ospedaliera-territoriale e sociale per il rientro a domicilio della madre e del neonato atta a favorire le dimissioni protette, il sostegno dell’allattamento al seno ed il supporto psicologico;

Integrazione territorio-ospedale

Si vuole garantire la presa in carico, la continuità assistenziale, l'umanizzazione della nascita attraverso l'integrazione dei servizi tra territorio ed ospedale e la realizzazione di reti dedicate al tema materno-infantile sulla base della programmazione regionale. Sono previsti percorsi assistenziali differenziati che favoriscano la gestione delle gravidanze fisiologiche presso i consultori e le dimissioni protette delle puerpere e dei neonati;

Il Piano aveva due scopi principali: la chiusura dei punti nascita al di sotto dei 500 parti, insieme alla razionalizzazione/riduzione di quelli che ne effettuano meno di 1.000; e l’abbattimento del ricorso al taglio cesareo. Il Comitato Nazionale Percorso Nascita, istituito all’interno del Ministero della Salute grazie a questo documento, aveva, e tutt’ora ha, il compito di monitorare l’avanzamento del Piano. La decisione sulla chiusura dei reparti maternità è stata fatta in base alle ricerche che hanno messo in rilievo la maggiore inappropriatezza dell’assistenza nei piccoli ospedali che mettevano a rischio la salute delle madri e dei neonati. L’alto tasso di cesarei è stato individuato come la più evidente sentinella d’allarme nel definire l’appropriatezza delle cure e l’umanizzazione della nascita. In un paio d’anni, infatti, il tasso non è più salito, anzi ha riscontrato una lieve diminuzione, passando dalla media di 38% del 2012 a 35% nel 2014. L’Italia ha messo in atto un trend controcorrente rispetto agli altri paesi e, pur rimanendo tra i paesi europei con il tasso di tagli cesarei più alto, ha perso il triste primato superata da Cipro e dall’Ungheria.

I tagli cesarei sono stati oggetto d’attenzione anche del ministro Renato Balduzzi, successore di Fazio, in carica dal 2011 al 2013. A gennaio del 2013 viene presentata in conferenza stampa l’”Inchiesta Balduzzi”, svolta in collaborazione con l’Agenas e i NAS, in cui è emerso che il 43% di cesarei era ingiustificato. «Se verrà effettivamente dimostrato che il 43% dei parti cesarei per posizione anomala del feto è inappropriato, ciò significherebbe per il sistema sanitario nazionale uno spreco di 80-85 milioni di euro l'anno» ha detto il ministro Renato Balduzzi all’epoca, aggiungendo che i dati «sono molto preoccupanti e ci vuole un intervento ulteriore. È un forte campanello d'allarme poiché i dati ci dicono che ci sono comportamenti opportunistici sui quali bisogna intervenire». I medici e gli ospedali che hanno fatto ricorso a cesarei non giustificati avrebbero rischiato l’accusa di lesioni gravi e gravissime, falso in atto pubblico e truffa al Servizio sanitario nazionale: questi i reati ipotizzabili, come spiegava il comandante generale dei Carabinieri del NAS Cosimo Piccinno. L’inchiesta Balduzzi, clamorosa in quel momento ma dimenticata due giorni dopo, non ha avuto seguito.

Nel maggio 2015, Alessandra Battisti e Elena Skoko hanno preso parte ad un incontro con il Comitato Nazionale Percorso Nascita, in veste di traduttrici della versione italiana della dichiarazione dell’OMS “Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”. Il Comitato, in quell’occasione, ha evidenziato la mancanza di dati al livello nazionale sull’entità del fenomeno, escludendo di conseguenza l’esistenza dello stesso in Italia. La ricerca commissionata alla Doxa, insieme alla campagna #bastatacere dell’anno scorso, è la risposta alla richiesta di dati del Ministero e all’auspicio dell’OMS che “invita a maggiori atti concreti, al dialogo, alla ricerca, e all’advocacy su questo importante tema che coinvolge la salute pubblica e i diritti umani.

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